Indagine CNA: le imprese “in rosa” crescono anche durante la crisi ma il tetto di cristallo della crescita professionale rimane intatto

L’imprenditoria femminile è una realtà di grande valore per l’economia nazionale. Secondo i dati Unioncamere, oltre un quarto dei ruoli imprenditoriali italiani sono coperti da donne: per la precisione, 2,8 milioni in termini assoluti equivalenti al 26,8% del complesso di titolari, amministratori e soci d’impresa del nostro Paese. Nel 69,7% dei casi le donne non svolgono una funzione ausiliaria ma sono responsabili in prima persona dello sviluppo del progetto imprenditoriale in qualità di titolari (29,2%) e/o di amministratrici (40,5%). Considerato che il numero delle imprese registrate alle Camere di commercio è pari a circa sei milioni ne deriva che le donne operano mediamente in una impresa su due e che rivestono ruoli apicali di titolare e/o di amministratore quasi in un’impresa su tre.

Il peso relativo delle donne a livello regionale è all’apice in Val d’Aosta (30,5%), Umbria (29,7%), Molise (29,5%), Abruzzo (28,9%) e Piemonte (28,7%). All’opposto si situa la nostra regione il Trentino Alto Adige, con una quota del 23,6%. È quanto emerge dall’indagine diffusa oggi da CNA nazionale. “Dati che – commenta il presidente regionale Claudio Corrarati – ci indicano quanta strada ci sia ancora davanti. Nel nostro territorio è necessaria una riflessione su quanto e come la struttura pubblica rappresenti una reale concorrenza. Per rafforzare l’imprenditoria femminile devono essere messi sempre più al centro il welfare sociale e politiche mirate per la conciliazione famiglia-lavoro e per arrivare finalmente a scalfire il tetto di cristallo della crescita professionale ancora esistente”. Se da una parte, come emerge dall’indagine, l’imprenditoria permette alle donne di raggiungere una piena realizzazione personale e di ricoprire ruoli di responsabilità, spesso difficilmente accessibili in altri ambiti lavorativi, dall’altra vi è ancora un trade-off tra la maggiore libertà, offerta dalla scelta di essere imprenditrici, e le minori tutele rispetto a quelle garantite dal lavoro dipendente. È per questo che il percorso che porta alla piena parità di genere, e alla completa partecipazione delle donne al mercato del lavoro, non può dirsi ancora completato. “Per promuovere l’auto-imprenditorialità da parte delle donne sono necessari interventi ben calibrati – aggiunge Corrarati –  l’assegno unico universale per i figli a carico e le misure previste dal Pnrr sono un primo importante passo per l’eliminazione di qualsivoglia disparità di genere”.

Da sottolineare come il ruolo delle donne ai più alti livelli decisionali è cresciuto proprio nell’ultimo decennio, mentre le crisi di varia natura mordevano più forte l’Italia. Tanto che tra il 2014 e il 2021 i ruoli apicali “in rosa” sono aumentati di circa 63mila unità. Un dato di certo non irrilevante: nel medesimo lasso di tempo gli uomini sono calati di oltre 31mila unità. Nel 2021, in particolare, le imprese femminili hanno conseguito un aumento di 11.500 unità rispetto al 2020.

Tra i dati dell’indagine CNA da mettere in risalto c’è quello sul gap retributivo. Se nelle grandi imprese la retribuzione maschile è in media superiore di 17,2 punti a quella femminile, nelle piccole imprese il divario quasi si annulla calando all’1,8%. Lo stesso vale per la presenza di donne lavoratrici dipendenti. Rispetto a una media di occupazione “rosa” pari al 40,5% nell’intero sistema produttivo, nelle micro-imprese fino a nove dipendenti la quota di posti di lavoro occupati da donne supera il 47%.